
L’autore
Nicolò Magliozzi
Junior HR
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Nel nostro blog parliamo spesso di persone, di organizzazioni, di quello che succede quando il lavoro funziona e quando non funziona. Ogni tanto lo facciamo attraverso il cinema, perché alcune storie raccontano la vita lavorativa meglio di molti report.
Oggi parliamo di Human Resource, un film thailandese presentato al Festival di Venezia che mette al centro una domanda scomoda: cosa rimane di una persona quando il lavoro prende tutto? Quando la fa sentire invisibile in ufficio, quando un saluto diventa cieco per la pesantezza della giornata?
Una storia che conosciamo
C’è una scena che rimane particolarmente impressa: Fren, impiegata HR in una grande azienda di Bangkok, ascolta in silenzio l’ennesimo candidato raccontare le proprie speranze. Lei annota, valuta, compila… fuori dalla finestra, la città scorre uguale a ogni altro giorno. Nessun cambio di espressione. Nessuna domanda in più del necessario. Solo il rumore in sottofondo di un sistema che continua a girare.
Fren conosce a memoria quel copione. Sei giorni su sette, colloqui su colloqui, giovani spesso troppo qualificati per quello che l’azienda ha davvero da offrire, e che nella maggior parte dei casi non si fanno più sentire. La paga è bassa, i benefit non esistono, i superiori sono distanti e poco inclini al dialogo. Eppure lei resta. Si alza ogni mattina, prende la metropolitana, siede alla sua scrivania, e ricomincia… portando con sé un segreto che nessuno in ufficio conosce: è incinta di un mese.
Non lo dice.
Il film del regista Nawapol Thamrongrattanarit parla di lavoro, ma parla in particolare di quello che il lavoro toglie. Qualcosa di sottile e difficile da nominare: lo spazio per essere umani. Fren gestisce le risorse umane altrui mentre la sua vita personale resta compressa, segreta, sospesa tra una scadenza e l’altra.
Bangkok diventa in questo senso una metafora visiva potentissima. Corridoi, grattacieli, strade a senso unico. La telecamera indugia su linee rette, su ambienti che non ammettono deviazioni. In una delle immagini ricorrenti del film, vi è una strettoia in cui un ragazzo va contromano bloccando tutto il traffico: inizia un litigio. Il messaggio è chiaro: chi esce dal sistema costituito può diventare un problema.
Fren non vuole essere un problema. E così tace.
Quante Fren esistono nelle nostre aziende?
Persone che portano dentro qualcosa di importante — una difficoltà, una notizia, un momento di vita che cambia tutto — e non trovano il modo, né lo spazio, per dirlo. Non per paura irrazionale, ma perché il contesto non lo rende possibile. Perché il lavoro ha riempito tutto. Perché le relazioni si sono assottigliate fino a diventare funzionali: ci si parla per risolvere problemi, non per conoscersi davvero.
L’isolamento che il film racconta non è quello di chi lavora da sola in una stanza. È qualcosa di più insidioso: è l’isolamento di chi lavora circondata da altri, partecipa alle riunioni, risponde alle email, sorride nelle call — ma non è davvero vista. Non viene raggiunta. Non le viene chiesto come sta, non nel modo in cui la domanda significherebbe qualcosa.
Questo tipo di solitudine è difficile da misurare e ancora più difficile da riconoscere, perché non fa rumore. Non produce assenze, non genera conflitti, non appare in nessun report. Eppure consuma, lentamente, la parte più autentica di chi lavora — ed è un fenomeno che, come abbiamo raccontato, riguarda il 20% dei lavoratori a livello globale.
Quello che il cinema ci spinge a osservare
Come professionisti HR, questa storia ci interroga in modo diretto e scomodo. Non basta misurare il coinvolgimento con un survey annuale, né organizzare un team building ogni trimestre. Le persone non si sentono sole nei dati — si sentono sole nei corridoi, nelle pause caffè che nessuno fa più insieme, nei silenzi che nessuno nota perché tutti sono troppo occupati a fare.
Il lavoro totalizzante non chiede mai esplicitamente tutto. Lo ottiene per erosione: un’ora in più al giorno, un weekend di reperibilità, una riunione alle 8 di mattina. Finché il confine tra sé e il proprio ruolo diventa così sottile da sparire. E quando sparisce, non rimane molto a cui aggrapparsi.
Human Resource non offre soluzioni. Non chiude con una risposta rassicurante né con un lieto fine che sistemi tutto. Ma fa la cosa più difficile e più necessaria: costringe a guardare quello che normalmente si preferisce non vedere.
E a chiedersi, in modo genuino: nella nostra azienda, Fren avrebbe potuto dirlo? E se lo avesse detto, qualcuno avrebbe davvero ascoltato?



