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Palazzina Laf: raccontare il mobbing

“Palazzina Laf” racconta uno dei primi casi di mobbing in Italia, accendendo i riflettori sul tema del benessere organizzativo, a volte dimenticato, ma di grande importanza.

 

Immaginate di essere improvvisamente trasferiti in un altro reparto dell’azienda per cui lavorate, dove passerete tutto il tempo senza far niente.

Un sogno? Forse sì, per i primi giorni.

Ma se per mesi le giornate scorreranno tutte uguali, tra le stesse mura, con gli stessi colleghi, e solo qualche passatempo improvvisato a scandire le ore?

Ecco che un sogno diventa l’incubo di 79 dipendenti dell’Ilva di Taranto di fine anni ‘90, costretti a trascorrere le proprie ore di lavoro in una palazzina dismessa, privi di qualsiasi mansione da svolgere. La vicenda si è conclusa con un processo per tentata violenza privata a carico di titolari e dirigenti della fabbrica, che ha segnato una svolta nei fatti di mobbing in Italia.

 

Questa storia è magistralmente raccontata da Michele Riondino nel film “Palazzina Laf”, titolo che richiama proprio il nome della sede dell’Ilva in cui i lavoratori furono trasferiti. Riondino è anche l’interprete del personaggio chiave, Caterino Lamanna, umile operaio spostato alla Laf per riferire alla proprietà tutto ciò che vi succede, e che risulta determinante per lo sviluppo della trama. Attraverso questo personaggio, infatti, emergono le dinamiche alla base della scelta della direzione, ma anche il vissuto dei “confinati”: Caterino è il ponte che mette in relazione le due fazioni, e al tempo stesso rappresenta il pensiero comune, chi crede di essere dalla parte giusta ma non si rende conto dell’ingiustizia che per primo sta subendo. Da un lato del ponte ci sono ingegneri, informatici e altri impiegati qualificati spostati alla Laf; dall’altro c’è Giancarlo Basile, interpretato da Elio Germano, spietato dirigente della fabbrica che esercita il suo potere attraverso azioni coercitive verso i dipendenti che non si sottomettono alle sue condizioni di lavoro, utilizzando l’alibi della ristrutturazione dell’azienda.

 

Ma cosa succede davvero nella Palazzina Laf?

Niente, assolutamente niente. C’è chi prega, chi schiaccia i cartoni con i piedi, chi prepara il pranzo, chi parla ad un telefono staccato, chi cammina contando i passi e chi organizza improvvisate partite di ping pong, ma a nessuno viene permesso di lavorare, nonostante sia pagato per farlo.

Il demansionamento portato al suo apice: ai lavoratori non vengono solo assegnate mansioni di livello inferiore rispetto a quelle presenti nel contratto, ma le attività da svolgere sono in realtà fittizie, il loro unico scopo è giustificare lo spostamento nella Palazzina.

“Lavorare” per mesi in questo modo significa essere privati della propria dignità umana: i confinati della Laf sono trattati come scarti in eccesso, che non possono essere buttati via e quindi sono allontanati dal resto dei colleghi, posti in una condizione di totale isolamento sociale che toglie loro ogni possibile speranza di libertà.

 

La doppia umiliazione dei lavoratori dell’Ilva

È l’esilio nella Palazzina Laf.

È il modo in cui la colpa viene spostata sui dipendenti, che devono apparire come una massa di inetti che preferisce trascorrere la giornata senza far niente piuttosto che contribuire allo sviluppo dell’azienda.

La strategia adottata dalla dirigenza è un tipico esempio di disimpegno morale, che lo psicologo sociale Albert Bandura definisce come la capacità di disimpegnarsi dalle proprie auto-sanzioni morali, comportandosi in maniera scorretta ma continuando a vivere in pace con se stessi. In particolare, si tratta del meccanismo di “attribuzione della colpa”, per cui parte della responsabilità viene attribuita a chi, in realtà, subisce le azioni. I dipendenti dell’Ilva esiliati alla Laf, infatti, ricevono numerose proposte di essere reintegrati nello stabilimento, ma tutte riguardano mansioni per cui non sono qualificati che, quindi, comportano anche rischi per la sicurezza, altro tema rilevante del film.

 

Le conseguenze del demansionamento

Impossibile parlare di benessere lavorativo quando mancano le più basilari norme di sicurezza, e l’Ilva di Taranto è tristemente nota per questo, ma i sintomi dello stress che provano i confinati sono evidenti: depressione, rabbia, perdita di sonno e idee autolesionistiche sono solo alcuni dei problemi lamentati dai dipendenti. Le conseguenze per la salute psico-fisica non sono certo a breve termine, e possono compromettere non solo il rientro nel mondo del lavoro ma anche il benessere generale degli individui.

 

Tutto ciò ha un nome: mobbing

Emerge solo alla fine del film, quando la procura inizia ad indagare su ciò che per anni è stata la Palazzina Laf: la sensazione di confusione riguardo ciò che stanno vivendo e il perché si sentono in un quel modo sono un aspetto centrale dell’esperienza degli impiegati, ma lo sono anche per tutte le persone vittime di mobbing. Il mobbing è definito come il perpetuarsi di molestie e abusi sul luogo di lavoro, e si caratterizza per il disorientamento di chi lo subisce, incapace di trovare un senso al proprio malessere. Al tempo stesso, la perdita di fiducia in se stessi e negli altri che deriva dalle vessazioni rende complicato chiedere aiuto, ma è necessario per risalire a galla e ripartire.

 

Sfortunatamente, situazioni come quella raccontata non sono rare nel mondo del lavoro, ma conoscere il mobbing e come si presenta è il primo passo per affrontarle.

L’autore

Sara Quarto
Junior HR
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